La danza della neve

Dicembre mite, con mattini soleggiati e notti non così fredde, stellate. Nella speranza di un’abbondante nevicata, c’è questo video basato su una poesia di Charles Bukowski, che con la neve ha solo poco a che fare. Ma è ben fatto, ed è migliore della tanta pellicola sprecata per parlare dello scrittore losangelino. Un tempo underground, oggi vendutissimo, (ahimè) sputtanatissimo e fonte inesauribile per risolini di studentelli mentecatti.

Bandiere

Per quanto mi sforzi, non riesco a non farmi stare leggermente sul cazzo tutti quelli che in queste ore stanno modificando la propria immagine di profilo su Facebook, sovrapponendovi una bandiera francese in segno di vicinanza ai parigini sconvolti dagli attentati terroristici. Mi stanno sul cazzo come quelli del “je suis Charlie Hebdo”, che difendevano la satira senza conoscerne il significato e avendola calpestata fino al giorno prima. Certamente non perché i francesi non meritino tutto il nostro sostegno. Tutt’altro. Le vittime sono vittime innocenti, inermi, e gli attentatori fanno sinceramente vomitare e mi disgustano come tutte le bestie dell’Isis e dei vari fondamentalismi. Però, se è vero che siamo in guerra, non è che la guerra di religione è più schifosa della guerra per il petrolio, solo perché ci hanno detto che le cose stanno così. In realtà a starmi sul cazzo non sono le persone che modificano le foto su Fb quanto il concetto che si cela dietro la modifica stessa. Quando centinaia di bambini e civili innocenti muoiono in Iraq sotto i bombardamenti occidentali, bombardamenti autorizzati da presidenti a cui non conviene più tenere al potere dittatori sanguinari foraggiati per anni proprio per sopprimere la libertà e mantenere l’ordine con il terrore e la minaccia della morte, nessuno di noi issa bandiere irachene. E perché? Perché 8 volte su 10 giornali e tv non ce lo dicono. E perché non ce lo dicono? 4 volte perché non lo vengono a sapere, altre 4 perché in fondo in fondo non ce ne frega un cazzo e dunque non ha senso per loro diffondere cose che nessuno leggerebbe o guarderebbe. Detto questo, che si sbrighino a eliminare la minaccia talebana, non c’è un minuto da perdere.

Miracolo a New York

“E adesso applaudite anche me, cazzo!”. È la frase simbolo della semifinale US Open di ieri fra Serena Williams e Roberta Vinci. E non è escluso che diventi la frase simbolo del torneo. Anche se adesso non importa più chi vincerà il titolo, perché è certo che a conquistare la New York del tennis sarà un’italiana.
La finale degli US Open 2015 sarà Roberta Vinci contro Flavia Pennetta. Una roba che nemmeno nei sogni più arditi. È l’impresa più clamorosa nella storia del nostro tennis , è una delle imprese più assurde nella storia dello sport italiano in generale. Molto più assurda che vincere un mondiale di calcio, anche se fa meno notizia e non porta in piazza milioni di tifosi esaltati. Pennetta e Vinci hanno battuto le prime due del mondo. La prima ha passeggiato sul corpo della Halep (6-1 6-3), la seconda ha mandato in frantumi il Grande Slam di Serena Williams. La bestia americana aveva vinto gli altri tre tornei più importanti del circuito, Australian Open, Roland Garros e Wimbledon. L’ultima bandierina doveva piantarla nel cemento di Flushing Meadows.

Roberta Vinci la carriera l’ha costruita sul doppio, nel singolare ha avuto sempre molti problemi, nonostante possa vantare  4 Fed Cup (la Davis al femminile) e resti l’unica italiana ad aver vinto almeno un torneo su tutte le superfici, scalando la classifica mondiale fino a raggiungere l’undicesimo gradino.

Ma giusto per rendere le proporzioni del confronto.

Vinci: numero 43 del ranking, 9 titoli Wta di singolare, miglior risultato finora a New York quarti di finale, terzo turno in Australia e quarti a Parigi e Londra.
Williams: numero 1 al mondo, 69 titoli Wta, 6 Australian Open, 3 Roland Garros, 6 Wimbledon, 6 US Open, un oro olimpico. E questo solo nel singolare…

Insomma, la tarantina ha battuto una delle più grandi tenniste di sempre, che giocava pure in casa, dopo aver perso il primo set. L’invito che ho citato all’inizio la Vinci lo ha urlato su uno dei punti più belli della semifinale, dopo una partita intera con il pubblico che naturalmente le remava contro.

Sinisgalli e la rivista “Pirelli”

Ho scoperto che sul sito della Fondazione Pirelli sono liberamente accessibili tutti i numeri della rivista “Pirelli“. Vi rimando a quanto ho trovato su houseorgan.net (rientra in un progetto di ricerca che mira a catalogare gli house organ e i periodici di impresa pubblicati in Italia tra il 1930 e il 2000) perché non vi saprei dire molto di più senza scopiazzare.

La rivista “Pirelli” nacque nel 1948 con l’intento principale di saldare la cultura tecnico-scientifica e la cultura più largamente intesa. Temi relativi alla produzione, alla scienza, alla tecnologia erano trattati con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, frammisti ad altri argomenti di interesse generale. Redatta da uomini d’azienda ma anche da personalità estranee al mondo industriale, la rivista, che voleva ispirarsi ai moderni rotocalchi, era rivolta al grande pubblico e uscì tra il 1948 e il 1972 a cadenza prevalentemente bimestrale. Vi collaborarono alcuni tra i maggiori nomi del giornalismo e della letteratura, da Eugenio Montale ad Alberto Ronchey, da Salvatore Quasimodo a Umberto Eco, da Elio Vittorini a Dino Buzzati, e le sue pagine furono illustrate da artisti e disegnatori del calibro di Renato Guttuso, Renzo Biasion, Fulvio Bianconi.
«La rivista “Pirelli” si inserisce nel dialogo di tutti i giorni tra chi produce e chi acquista, ma vuol trascenderne i limiti […], vuole prescindere dalle immediate preoccupazioni commerciali […] investire aspetti tecnici, scientifici e sociali e, perchè no, anche culturali ed artistici, i quali al fattore produttivo sono bensì strettamente legati ma ricevono tuttavia incompleto rilievo in sede di rapporti commerciali e pubblicitari […]. Nella rivista parleremo noi, uomini d’azienda e parleranno anche uomini estranei al nostro ambiente i quali, anche perchè estranei possono meglio di noi sfuggire al fatale inaridimento del tecnicismo ad oltranza e lievitare la materia con la loro arte, sensibilità e fantasia. […] Ogni contributo alla civiltà meccanizzata va inquadrato nei più alti valori culturali e sociali della vita». Con queste parole Alberto Pirelli apriva il primo numero della rivista. L’intento della testata, ideata da Arturo Tofanelli – che la dirigerà fino al 1957 – insieme con Giuseppe Luraghi e Leonado Sinisgalli, era quello di saldare la cultura tecnico-aziendale con la cultura più ampiamente intesa, di realizzare un giusto equilibrio tra «vita materiale e vita spirtuale» (da «Questa nostra rivista», di G. Luraghi, n. 6/1949). Lo scopo si voleva raggiungere attraverso «la formula giornalistica dei settimanali in rotocalco, il cui successo cominciava fin d’allora chiaramente a delinearsi», così da «realizzare un prodotto vivo e moderno in un settore della stampa [quello della stampa aziendale, ndr] abituato ai sistemi più sedentari e a ricalcare modelli invecchiati» (dal congedo di Arturo Tofanelli, n. 3/1957)

I numeri li trovate anche qui, partendo dall’archivio storico Pirelli.

Della rivista ho sentito parlare perché conosco uno dei suoi fondatori. Ovvero Leonardo Sinisgalli, una delle menti più eclettiche del Novecento Italiano, del cui passaggio su questo pianeta sono venuto a conoscenza perché è nato dalle mie parti, restando per tutta la vita molto legato al paese d’origine. Sinisgalli è conosciuto come il “poeta delle due muse“. A scuola si studiano altri intellettuali della sua generazione, tipo Montale, ma non lui. O almeno io a scuola non ne ho mai sentito parlare. Quello che segue è un passaggio di “Natura, calcolo, fantasia”, un articolo scritto da Sinisgalli proprio per “Pirelli” ( giugno 1951), dal quale si evince il perché dell’appellativo.

La Scienza e la Tecnica ci offrono ogni giorno nuovi ideogrammi, nuovi simboli, ai quali non possiamo rimanere estranei o indifferenti, senza il rischio di mummificazione o di una fossilizzazione totale della nostra coscienza e della nostra vita. L’uomo nuovo che è nato dalle equazioni di Einstein e dalle ricerche di Kandinskij è forse una specie di insetto che ha rinunciato a molti postulati: è un insetto che sembra incredibilmente sprovvisto di istinto di conservazione. […] L’Arte deve conservare il controllo della verità, e la verità dei nostri tempi è una verità di natura sfuggevole, probabile più che certa, una verità “al limite”, che sconfina nelle ragioni ultime, dove il calcolo serve fino ad un certo punto e soccorre una illuminazione; una folgorazione improvvisa. Scienza e poesia non possono camminare su strade divergenti.

Neocatecumenali e buona scuola

Leggo sul Fatto Quotidiano che il governo rischierebbe addirittura di cadere sulla norma del maxiemendamento alla riforma della buona scuola che “assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119″, ovvero quella contro femminicidio, stalking, violenza domestica. In pratica i fondamentalisti cattolici italiani si scagliano contro l’idea di inserire nei piani di offerta formativa una materia ad hoc, che educhi i ragazzi e sensibilizzi genitori e docenti sul tema della parità tra i sessi, così da prevenire violenze e discriminazioni di genere. I nostri fondamentalisti sostengono infatti che trattasi di un subdolo quanto diabolico escamotage per introdurre fra i banchi quella che loro chiamano teoria del gender, “un’ideologia che nega la differenza fra i sessi e la riduce a un fenomeno culturale”. Un’ideologia, semplifico io, che vuole farci credere che i froci siano davvero persone normali e che una moglie non meriti di buscarle quando si azzarda ad alzare la voce contro il sacro padre di famiglia, o quando le capita di rompere un bicchiere compiendo il quotidiano e altrettanto sacrosanto rito del lavaggio delle stoviglie.

Questa gentaglia è rappresentata in Parlamento dal senatore Carlo Giovanardi e da altri fenomeni del gruppo Area popolare. Magari il Fatto esagera, ma pare che adesso per Alfano siano cazzi amari. Se vota la fiducia, si mette contro buona parte del partito.

Ora, a me la parola “femminicidio” non piace, e non so nemmeno tanto bene perché. Ho le mie teorie a riguardo, non suffragate da alcuna prova, e comunque niente a che vedere con quanto affermano i nostri crociati. La cui guida spirituale non è nemmeno più Papa Francesco, ormai fermo su posizioni troppo moderate, ma tale Kiko Argüello, fondatore e leader dei neocatecumenali.

Uno che può permettersi di propagandare sulla pubblica piazza cose del genere. Provate voi ad afferrare le sue argomentazioni (e no, il problema non è che parla male l’italiano, è che non ci sono). La morale della favola invece si capisce benissimo.

Comunque, il fatto che esista la minima possibilità che il governo rischi di cadere non su una legge elettorale, o non so, su un jobs act, sul problema migranti, sullo scandalo del Pd romano, ma a causa di una concezione medievale dei rapporti uomo-donna e della sfera sessuale , mi sembra sintomatico del paese in cui viviamo.

In God We Trust

I civilissimi Stati Uniti, nel 2015. Ma allora, dico io, perché non la ruota dentata? Si vede che i governatori non consultano wikipedia:

Il condannato era legato per i polsi e le caviglie ad una grande ruota e con una mazza gli venivano rotte le ossa di braccia e gambe. Talvolta veniva dato un colpo di grazia sullo sterno, provocandone la morte. In altri casi invece veniva lasciato vivo per ore esposto al pubblico prima di essere ucciso.

In altre circostanze la persona che aveva commesso il crimine era legata sulla ruota che veniva fatta girare per indurre nausea e vomito. Se la rotazione era veloce e prolungata il suppliziato poteva soffrire di disturbi circolatori. Questa forma di tortura raramente si rivelava mortale.

In alcuni casi sotto la ruota del supplizio venivano messe delle punte su cui gli arti del condannato, durante la rotazione, venivano lacerati, inducendo così la morte per dissanguamento.

Indian Wells 2015, finale Djokovic-Federer: siamo alle solite

Ieri sera c’è stato un sacco di sport in tv. C’è stato il calcio noiosissimo del campionato italiano, quello elettrizzante della Liga nella sintesi eccelsa del Clasico e poi il tennis, con la finale di Indian Wells – da qualche anno a questa parte si chiama BNP Paribas Open – tra Federer e Djokovic.

E’ stata una finale stupenda, tiratissima, giocata a ritmi molto elevati (“più simile a una partita di ping pong”, così l’ha definita il cronista rendendo perfettamente l’idea) e con vari colpi di scena. Dopo i primi game l’esito sembrava scontato, poi le parti si sono improvvisamente e inspiegabilmente invertite e ciò ha fatto lievitare il grado di spettacolarità (record di audience per il torneo).

Il primo set lo vince Djokovic 6-3, senza grandi patemi. Federer non gioca male, solo che le percentuali della prima di servizio sono bassine, mentre quelle del serbo sono mostruose. Semplicemente il Federer formato 2015 non basta (ricordo che è pur sempre il numero 2 del mondo). Il secondo set prosegue sulla falsariga del precedente. Nole strappa subito il servizio allo svizzero, che pare destinato alla resa. Poi Djoko cala sensibilmente alla battuta mentre Roger guadagna campo e inizia a velocizzare gli scambi. Da quel momento in poi la partita si trasforma in una danza infernale sul filo dei controbalzi. Le palline tuonano sul cemento californiano mordendo le righe di fondo. Il numero uno del circuito subisce la pressione e sbaglia: un doppio fallo, un gratuito e il controbreak è servito. Si arriva così sul 6-6. I campioni si sfidano a chi la fa più grossa: anche grazie alle mie gufate, i tre doppi falli di Nole prevalgono sulle due facili volèe mancate da Federer e si va al set decisivo.

Ci si aspetta che il serbo accusi dal punto di vista psicologico. Invece quello ricomincia a martellare senza fare una piega e si porta in vantaggio di un gioco. La partita sembra di nuovo finita, ma Roger rispolvera dal repertorio un paio di colpi da maestro e pareggia i conti. Poi, sul più bello, crolla. Si fa recuperare da 40-15 sul proprio turno di battuta e non oppone resistenza alcuna fino al 2-6 conclusivo. L’età che avanza.

Peccato.

Qui i colpi più belli del torneo, sotto uno degli scambi più intensi della finale (portate la qualità dei video almeno a 720p)